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lunedì 20 novembre 2017

Ambrogio Lorenzetti


Ambrogio fu uno dei più grandi pittori dell’intera Europa del secolo XIV, ma si può dire – per quanto possa sembrare un paradosso – che è un artista poco conosciuto. 
È universalmente noto come il pittore del ‘Buon Governo’, il ciclo di dipinti allegorici e dalle straordinarie visioni urbane e agresti, A Palazzo Pubblico a Siena. Ma, al di là di questo, non si conosce il pittore dall’incontenibile creatività che ha rinnovato profondamente molte tradizioni iconografiche; non si conosce l’innovatore della concezione stessa dei dipinti d’altare, il grande pittore di storie sacre, il narratore che allarga lo sguardo alla re-invezione del paesaggio e della pittura d’ambiente. 
Grazie a una serie di richieste di prestito molto mirate, (saranno esposte opere provenienti dal Louvre, dalla National Gallery, dalle Gallerie degli Uffizi, dai Musei Vaticani) la mostra intende ritessere la grande vicenda artistica di Ambrogio Lorenzetti, facendo convergere al Santa Maria della Scala tutta una serie di dipinti che, in massima parte, furono prodotti proprio per cittadini senesi e per chiese della città. 
Potranno così tornare a vivere idealmente, grazie ai frammenti superstiti, anche cicli di affreschi un tempo molto famosi ma distrutti, come quelli dell’aula capitolare e del chiostro della chiesa di San Francesco a Siena, i dipinti della chiesa agostiniana senese e il ciclo, restaurato per l’occasione, della cappella di San Galgano a Montesiepi, a tal punto fuori dai canoni della consolidata iconografia sacra che i committenti pretesero delle sostanziali modifiche poco dopo la loro conclusione. 
La mostra, preceduta dall'iniziativa Dentro il restauro, realizzata grazie al contributo del MIBACT per Siena capitale della cultura 2015, ingloba anche alcuni altri luoghi della città: la chiesa di San Francesco e la chiesa di Sant'Agostino, dove sono stati compiuti per l'occasione i restauri dei cicli di affreschi del Lorenzetti e, naturalmente, Palazzo Pubblico, sede del ciclo del Buon Governo. 


martedì 7 novembre 2017

I biscuit del Palazzo Reale


Non si può dire di conoscere a fondo le collezioni del Palazzo Reale di Torino senza averne ammirato le porcellane. 
I biscuit del Palazzo Reale, ovvero le pregiate porcellane che nel Settecento costituivano l’orgoglio e il vanto delle più prestigiose case regnanti. La bellezza dei biscuit consiste essenzialmente nella complessità e nella raffinatezza della modellazione, che spesso riprende i temi e i motivi statuaria dell’epoca, specialmente quella dei grandi scultori francesi.
I prodotti di biscuit si diffusero inizialmente in Francia intorno al 1750 e la denominazione deriva dal fatto che la sua fabbricazione prevede due cotture (letteralmente bis-cotto) ad una temperatura di circa 1300°, senza la presenza di smalto. 
La sua superfice ruvida limita il suo uso soprattutto a oggetti decorativi: busti, statuette e soprammobili; si dice che il suo uso derivi dalla precedente abitudine di decorare le tavole apparecchiate con pupazzetti costituiti da mollica di pane pressata e plasmata. 
La raccolta di biscuit del Palazzo Reale di Torino documenta la fase conclusiva di questa passione, fra gli ultimi fuochi della chinoiserie, ormai in decadenza nella seconda metà del secolo XVIII secolo, e il sorgere del Neoclassicismo, con nuovi interessi e temi. Nel dettaglio, i biscuits in mostra rimandano in prevalenza alle manifatture francesi, che hanno fornito ai Savoia le produzioni più abbondanti, almeno a giudicare da quanto è sopravvissuto. Allo stato attuale degli studi non si può del resto distinguere in tutti i casi cosa fu direttamente richiesto da essi e cosa invece pervenne da altre residenze dopo l’unificazione italiana.
La manifattura reale di Sèvres (acquistata da Luigi XV nel 1759) è presente sia con soggetti sacri che profani. Quelli profani riguardano i gruppi (1774) con Amore e Flora e Flora e Zefiro, e il gruppo del Giudizio di Paride (1780), realizzati sotto la direzione artistica di Louis Simon Boizot.
I soggetti sacri sono riferibili a due statuette di relativamente grandi dimensioni, S.Teresa e S.Clotilde.
A una non identificata manifattura, forse parigina, spettano due gruppi con la tarantella e un ragazzo che suona le nacchere dell’ultimo decennio del XVIII secolo.
Alla manifattura di Jean-Népomucene-Herman Nast, per la quale si può ipotizzare la diretta ordinazione da parte di casa Savoia, risalgonouna serie di figure mitologiche dell’ultimo decennio del XVIII secolo, con otto soggetti diversi superstiti, e inoltre una serie di amorini simboleggianti le arti, tutti del 1810 circa.
Da Niderviller, villaggio lorenese, provengono tre vasi con coperchio del XVIII secolo e altri due più grandi, della stessa epoca, tutti quanti “all’antica”, e che rappresentano indicatori del gusto classico dell’epoca.
A manifattura parigina di difficile precisazione spettano invece, intorno al 1780-90, statuine raffiguranti le stagioni, dalle caratteristiche espressioni un po’ caricate: un Esculapio, e Amore con figura femminile (la Commedia?).
La produzione degli stati italiani è illustrata da quattro putti su basamento rocaille, fine XVIII secolo, su modello di Giovanni Antonio Lomello, provenienti da Vinovo, con impasto basato su materie prime del Piemonte: i Savoia non erano stati tra gli ultimi a progettare la realizzazione della porcellana, fin dalla fase di Torino e di Vische.
Infine sono da notare tre rari gruppi ispirati a soggetti tratti dalla Gerusalemme liberata, databili al 1780 circa, spettanti a Giacomo Boselli, proprietario della fornace di Savona; il biscuit è ruvido, pesante e giallognolo, ma la modellazione davvero squisita.

Raffaello e l'eco del mito


Raffaello è il protagonista del nuovo progetto di Fondazione Accademia Carrara di Bergamo, in collaborazione con GAMeC - Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea.
Un'esposizione che, a partire dal dipinto del San Sebastiano conservato in Carrara, approfondisce le opere e il mito cresciuto attorno al genio di Urbino in particolare nell’Ottocento, ma che ha affascinato, in forme diverse, artisti a noi vicini, dalle Avanguardie d'inizio Novecento fino a oggi.
In mostra, oltre 60 opere tra le quali alcuni tra i più significativi dipinti di Raffaello giovane fanno il punto sulla sua formazione, accompagnando il visitatore alla soglie della maturità. Dipinti, sculture e testimonianze raccontano inoltre i mondi e i maestri con cui venne in contatto l’artista, dalla Urbino del padre, Giovanni Santi, a Perugino e Pintoricchio, mettendo a fuoco la sapiente capacità innovativa. Questa la dote che,
insieme alla strepitosa maestria tecnica e alla controllata naturalezza, fa di Raffaello un punto di riferimento o un oggetto di polemica, come dimostrano alcune opere in mostra di Picasso, de Chirico, Giulio Paolini o Francesco Vezzoli.
L'esposizione di Bergamo, la prima nel solco delle celebrazioni del 2020 per il quinto centenario della morte, raccoglie prestiti straordinari provenienti dalle maggiori istituzioni museali italiane e internazionali, dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze all’Hermitage di San Pietroburgo, dalla Pinacoteca di Brera alla Galleria Nazionale di Roma, dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia al Metropolitan Museum di New York, dalla National Gallery di Londra al Bode Museum di Berlino e al Pushkin di Mosca.
Un percorso affascinante anche grazie a un allestimento d'eccezione, studiato da DE8 Architetti e Tobia Scarpa per accompagnare il visitatore e valorizzare una mostra di ricerca, testimonianza della vivacità di un museo dalla storia unica.

Arcimboldo


Dal 20 ottobre 2017 all’11 febbraio 2018 a Roma, a Palazzo Barberini avrà luogo la mostra Arcimboldo, organizzata dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma e da MondoMostre Skira, a cura di Sylvia Ferino Pagden, una delle maggiori studiose di Arcimboldo e già Direttore della Pittura al Kunsthistorisches Museum di Vienna. 

Per la prima volta a Roma avremo l'occasione unica, per la difficoltà di ottenere i prestiti che giustifica la rarità delle esposizioni dedicate a questo artista, di vedere esposti alcuni grandi capolavori autografi di Giuseppe Arcimboldi, conosciuto col nome di Arcimboldo. 

Autore delle "teste composte" di frutti e di fiori, artista del mistero, che lasciava intendere una verità ma ne suggeriva un’altra possibile, Arcimboldo si formò alla bottega del padre, nell’ambito dei seguaci di Leonardo. Esoterico e alchemico, si considerava poeta e filosofo, ingegnere e inventore. Si può dire sia stato l’artista che ha inventato le “bizzarrie” e le “pitture ridicole”, diventando uno dei pittori più significativi della cultura manierista internazionale.

In mostra i suoi capolavori più noti – dalle Stagioni agli Elementi, dal Bibliotecario al Giurista, da Priapo (Ortolano) al Cuoco – i ritratti, i suoi preziosissimi disegni acquerellati di giostre e fontane, in dialogo con dipinti e le copie arcimboldesche, oltre a una serie di oggetti delle famosissime wunderkammer imperiali, delle botteghe numismatiche e di arti applicate milanesi e non solo, fino a disegni di erbari, frutta, animali, di cui all’epoca si faceva gran studio al fine di incrementare serre, serragli e giardini ma anche e soprattutto la conoscenza scientifica. 

La forza dell'arte



Era il 1981 quando la Carnia nella notte tra il 14 e il 15 novembre veniva spogliata di uno dei suoi monumenti più significativi. Dalla Pieve di San Pietro, posta in strategica posizione sulla vallata del Bût e onorata ancora oggi con il titolo di Cattedrale, vennero trafugate le statue del grande polittico ligneo commissionato nel 1481 a Domenico Mioni, detto Domenico da Tolmezzo. Nel 2016 questo episodio doloroso ha trovato una svolta grazie alle attività investigative del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. A seguito del sistematico controllo sul mercato dell'arte, nazionale e internazionale, sono stati individuati cinque dei Santi Apostoli che decoravano le nicchie del corpo centrale: si tratta dei Santi Andrea, Paolo e Giacomo Maggiore, che affiancavano la figura assiale di San Pietro, e dei Santi Matteo e Tommaso che alloggiavano nel registro superiore. Questo clamoroso recupero restituisce un prezioso tassello della monumentale ancona d'altare espressione della maturità artistica di Domenico da Tolmezzo e riconsegna alla collettività un bene di straordinario valore.

L'altro rinascimento


In occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica, si apre domenica 10 settembre prossimo la mostra-dossier dedicata all'eccezionale collezione di manoscritti miniati ebraici provenienti dalla biblioteca dei duchi d'Este.
La mostra, organizzata e promossa dalle Gallerie Estensi, si avvale anche di alcuni preziosi prestiti dalla Biblioteca Palatina di Parma e dall'Archivio Storico del Comune di Modena. Viene in questo modo presentata al pubblico un'accurata selezione di oltre venti manoscritti miniati fra il XIII e il XVIII secolo, con particolare attenzione al Rinascimento ferrarese e ai rapporti intercorsi fra la corte estense e l'attiva comunità ebraica locale.
Strutturata in cinque sezioni tematiche, la mostra - che espone, tra gli altri, capolavori come due bibbie “catalane” di inizio Trecento - sarà corredata da un ricco apparato didascalico che permetterà al visitatore di ripercorrere cinque secoli di storia della miniatura ebraica.
Obiettivo della mostra è quello di permettere a un vasto pubblico di visitatori di ripercorrere le vicende della presenza ebraica in territorio emiliano e, contemporaneamente, fornire agli specialisti spunti per ulteriori indagini sulla cultura visiva locale. Il Rinascimento ferrarese, i rapporti di alcune importanti famiglie ebraiche con la corte, la dialettica fra acculturazione e conservazione della propria identità religiosa sono i temi che caratterizzano l'esposizione.

Medioevo Fantastico




A Palazzo Ducale di Gubbio dal 27 settembre al 14 gennaio 2018 (con orario 8.30-19.30) mostra dedicata al costume medievale nel cinema. Nel salone d’onore sono, infatti, esposti alcuni degli abiti ideati da Gianna Gissi per il film Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1984) di Mario Monicelli e da Danilo Donati per La cintura di castità (1967) di Pasquale Festa Campanile. Appartenenti alla collezione “Gelsi Costumi d’Arte”, testimoniano la creatività di due tra i maggiori costumisti italiani del Novecento. Gianna Gissi, nata in Croazia nel 1943, approda da bambina a Roma dove frequenta i corsi di storia del costume presso l’Accademia di Costume e Moda. Dopo i primi anni come assistente in diverse produzioni cinematografiche, inizia il suo lavoro di costumista firmando gli abiti di capolavori come Il Postino (1994) di Massimo Troisi. È premiata con il David di Donatello e il Nastro d’Argento per Il Marchese del Grillo (1981) e, sempre con il David di Donatello, per Porte aperte (1990). È autrice nel 1998 del libro Vestire un film. Costumi e scenografie del cinema, un vademecum per esperti del settore. Studio dell’epoca e impatto visivo dei costumi sono alcuni dei capisaldi dell’artista; princìpi che trovano applicazione anche negli stupendi abiti, qui esposti, creati per raccontare le goffe disavventure di Bertoldo, Marcolfa, Bertoldino e Cacasenno alle prese con il re Alboino. I costumi, indossati da interpreti tra i più amati del cinema italiano, quali Alberto Sordi, Ugo Tognazzi e Lello Arena, riflettono non solo l’immaginaria ambientazione medievale nella quale sono calati i protagonisti, ma esibiscono anche la contrapposizione tra il pomposo mondo dei cortigiani e quello semplice dei contadini. Danilo Donati, scomparso nel 2001 a settantacinque anni, muove i primi passi nella Scuola d’Arte di Porta Romana a Firenze. La sua prima collaborazione teatrale è con Luchino Visconti, ma si afferma nel 1959 con i costumi per La grande guerra di Mario Monicelli. Ottiene l’Oscar nel 1969 per agli abiti rinascimentali realizzati per Romeo e Giulietta dell’amico Franco Zeffirelli e nel 1977 per il film Il Casanova di Federico Fellini. Vincitore anche di un David di Donatello per Pinocchio (1994) di Roberto Benigni, Danilo Donati crea dei “sognanti costumi”, così come definiti dalla critica, anche per La cintura di castità. La vicenda comico-amorosa, ambientata durante le crociate medievali, vede protagonisti Boccadoro (Monica Vitti), il cavaliere Guerrando (Tony Curtis) e il Sultano Ibn-El-Rashid (Hugh Griffith) è sfondo perfetto per un’artista come Donati, creatore di abiti curati, eleganti e di grande effetto scenico.