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domenica 9 febbraio 2020

lunedì 23 dicembre 2019

Tomar

Testo e fotografie di Nicola Iacovone
Rifugio dei Templari sotto la protezione del Re Dom Dinis, (che dovettero cambiare nome in Milizia di Cristo dopo l’”editto” per la soppressione dell’ordine da parte di Filippo il Bello). 
Il complesso è semplicemente mozzafiato ed elencare i suoi gioielli è impensabile; mi limito alla Charola, stupefacente rotonda romanica, ispirata al Santo Sepolcro di Gerusalemme con giochi policromi di riferimento bizantino e con un deambulatorio a 16 facciate. (Basti pensare che i cavalieri ascoltavano messa e ottenevano benedizione stando sui proprio cavalli!). 
Per non parlare della Janela do Capitulo (Finestra di Tomar), la più insolita e affascinante scultura in stile manuelina del Portogallo: occorrerebbe creare un fotoalbum solo per rappresentare i dettagli e il  simbolismo che contengono. Senza tralasciare il record di 8 chiostri, mai eguagliato.












domenica 15 dicembre 2019

Precettoria di Sant'Antonio di Ranverso


















Testo e immagini di Nicola Iacovone
Quello che vi presento oggi, è un reportage fatto, praticamente, dal cortile di casa.
A pochi passi da Torino, all’imbocco della Val di Susa e poco distante dalla famosa Sacra di San Michele, sorge questo tesoretto, importante centro di cura dell’epoca. Il nome Ranverso deriva dalla fusione di due parole, “rio inverso” (ruscello all’inverso, cioè a nord, all’ombra, contrapposto a indritto, a sud, al sole). Il complesso ospedaliero sorse a partire dal 1188 per volere dei canonici dell’ordine di Sant’Antonio di Vienne, i quali si dedicarono all’assistenza dei pellegrini sulla Via Francigena e alla cura dei malati di herpes zoster (il “fuoco di Sant’Antonio”). Vi venivano attuate apprezzabili pratiche di isolamento e cura delle piaghe infette mediante il grasso dei maiali per evitare l'espandersi dell'infezione, tant'è che la stessa iconografia di sant'Antonio Abate divenne esplicita, raffigurando il santo sempre accanto a un suino. Era definita Precettoria perchè fondazione dipendente dalla casa madre, la chiesa abbaziale di Saint-Antoine-du-Viennois. La chiesa venne fondata in prossimità della via Francigena che, attraverso la Val di Susa e i passi del Moncenisio e del Monginevro, collegava la Francia con la pianura padana e, passando per l’Italia centrale, con Roma. Umberto III di Savoia, fondatore della Precettoria, chiamò a risiedervi gli Antoniani, appartenenti ad un ordine ospedaliero fondato in Francia nel 1095 da un nobiluomo francese, il cui figlio era stato guarito da questa malattia. Gli Antoniani si occupavano particolarmente della cura di questo morbo, molto diffuso tra i poveri per motivi dovuti alla loro alimentazione: il fuoco di Sant’Antonio, infatti, era provocato soprattutto dall’ingestione di segale cornuta (la segale contaminata da un fungo, nella quale si sviluppava un alcaloide che provocava l’infezione). Gli Antoniani in origine erano infermieri e frati laici; solo nel 1297 divennero ordine di canonici, aderendo alla regola di Sant’Agostino. La sede dell’ordine antoniano era in Francia, a La Motte St. Didier (ora Bourg St. Antoine) in Delfinato, dove nel 1080 le reliquie di Sant’Antonio erano state trasportate da Costantinopoli.
La chiesa, inizialmente costruita in stile romanico, in seguito alle trasformazioni subite ha assunto forme gotiche, che culminano nel gotico tardo dell’ultimo intervento. La facciata attuale, che risale al XV secolo, è a capanna e presenta tre portali con archi a sesto acuto a cui si sovrappongono le ghimberghe, sormontate da un pinnacolo. Da come è evidente nelle immagini, la ghimberga centrale non è in asse con la facciata, ma spostata verso destra in modo tale da non coprire completamente il rosone, testimoniando così che le ghimberghe costituiscono un’aggiunta posteriore; la facciata è abbellita e movimentata da una ricca decorazione in terracotta, fatta mettere in opera da Jean de Montchenu, cellerario dal 1470 al 1497 e ultimo artefice delle sistemazioni della chiesa, che fece apporre il suo stemma (un’aquila) all’interno della ghimberga centrale. La facciata presenta inoltre una decorazione dipinta a motivi geometrici, e due "tau" affrescate al di sopra delle monofore. A dire il vero, questo simbolo è presente in più pari del complesso, sia all’interno che all’esterno. Ultima lettera dell’alfabeto ebraico fa riferimento alle cose ultime e al destino. Molte sono le sue interpretazioni, ma, nella fattispecie, due sono le più consone. Una è di natura biblica e rimanda alla visione di Ezechiele che previde la salvezza del popolo di Gerusalemme per coloro che portavano questo simbolo sulla fronte, analogo alla salvezza degli Ebrei che contrassegnarono lo stipite delle proprie case al passaggio dell’Angelo della Morte. Altra ipotesi, più terrena e pratica, fa riferimento alla somiglianza col bastone con cui si sostenevano gli ammalati che qui si recavano per curarsi. Tra l’altro, esiste anche una leggenda popolare che narra di Sant’Antonio recarsi all’inferno per recuperare delle anime e, mentre il suo maialino gettava scompiglio tra i demoni, egli accese il suo “tau” (il bastone) con il fuoco degli inferi recuperando così anime e maialino, riportandoli fuori, e donando all’umanità questo suo fuoco.
I tre portali della facciata danno accesso a un portico, o nartece, eretto intorno alla metà del XIV secolo. È coperto con volte a crociera, con decorazioni tra le quali è facilmente visibile la nave che trasporta da Costantinopoli alle coste francesi il corpo di Sant’Antonio, che sarà poi sepolto nella chiesa di La Motte St. Didier in Delfinato. Le volte sono sostenute da pilastri con capitelli e da mensole, tutti realizzati in pietra grigio-verde, che crea un contrasto cromatico con il rosso delle strutture in cotto; sia i capitelli sia le mensole, scolpiti da un anonimo artista piemontese intorno al 1350, sono ornati con teste umane, animali e mostri, secondo l’usanza diffusa nel Medioevo. Nella lunetta del portale centrale si trova un affresco risalente alla fine del XV secolo, che raffigura una Madonna con Bambino tra San Giovanni Evangelista e un altro Santo, e angeli sullo sfondo.
L'interno è a tre navate divise da pilastri che sostengono archi a sesto acuto e volte a crociera. L’impressione di asimmetria e irregolarità che esso suscita trova la sua spiegazione nelle diverse fasi costruttive, ma, nonostante ciò, è altamente suggestivo l’ingresso all’interno della chiesa, che avviene lateralmente, accedendo subito nella navata di destra.
In fondo, si trova la cappella di San Biagio, ornata con affreschi attribuiti al maggior esponente del gotico internazionale nello stato sabaudo, il pittore torinese Giacomo Jaquerio; ai lati della finestra sono rappresentati Santa Barbara e due Santi; sulla parete destra e sopra l’arcata scene della vita di San Biagio: miracolo del bambino liberato dalla spina e sulla sinistra, scena di San Biagio tra gli animali (i due affreschi del registro superiore). La parte della volta più vicina alla finestra, presenta, ben raffigurati, i simboli degli evangelisti.
Sopra l’arco d’ingresso della seconda cappella a sinistra della navata centrale, un affresco quattrocentesco raffigura la Madonna con il Bambino tra San Bernardino da Siena e Sant’Antonio Abate, il quale presenta una donna inginocchiata, che sarebbe la moglie di Eugenio Raspa, il committente dell’affresco, di nome Bianchina, come ricorda l’iscrizione sottostante; al di sotto vi sono alcuni affreschi duecenteschi: una Natività, i Santi Pietro e Paolo con il Cristo Benedicente, la cui figura è stata tagliata in seguito all’apertura dell’arcone. Sopra l’arcata più prossima al presbiterio, si trovano un altro Cristo Benedicente fra i simboli degli Evangelisti e sei Apostoli: gli affreschi sono molto deperiti e risalgono agli inizi del XIV secolo.
Nella prima cappella della navata di sinistra, sono affrescati episodi della leggenda della Maddalena, risalenti al 1395 ed eseguiti molto probabilmente da Pietro da Milano, autore, insieme ai suoi discepoli, della decorazione tardo trecentesca della Precettoria; sulla parete di fondo è dipinta una Crocifissione. Nella seconda cappella (così come nella prima e nell’ultima) rimangono tracce di una decorazione tardo trecentesca consistente in un velario ricamato. Nella cappella al termine è rappresentato un ciclo di storie della Vergine, attribuite a Jaquerio, che iniziano dalla parete a destra rispetto alla finestra laterale con l’Annunciazione, proseguono ai lati dell’arcone d’ingresso alla cappella con la Visitazione e la Natività, mentre sulla parete di fronte all’altare in due registri sovrapposti sono dipinte l’Adorazione dei Magi e la Presentazione al Tempio; sulla sinistra della finestra è affrescata la Dormitio Virginis, mentre negli sguanci della stessa finestra sono ritratti Sant’Eutropio a sinistra e San Dionigi a destra. Gli affreschi sono stati scoperti durante il restauro condotto nel 1910, danneggiando, però, le pitture già in cattivo stato di conservazione.
Gli affreschi del presbiterio sono come un documento di riconoscimento dell’attività di Jaquerio: infatti sono l’unica opera firmata dal pittore torinese tramite un’iscrizione scoperta, insieme agli affreschi, durante il restauro nel 1914; essa è posta sopra la fascia inferiore dei dipinti sulla parete settentrionale e recita: “[picta] fuit ista capella p[er] manu[m] Iacobi Iaqueri de Taurino”. La decorazione pittorica, come appare attualmente, è molto diversa da quella originaria: infatti alla fine del XV secolo, per permettere la costruzione dell’abside e delle nuove volte, furono distrutte la parete terminale del presbiterio e le volte antiche, eliminando così una parte consistente dei sui affreschi. Sulla parete di sinistra, nella zona centrale tra le due finestre, è rappresentata la Vergine con in Braccio il Bambino che si sporge verso un donatore inginocchiato; la Vergine è seduta su un trono e alle sue spalle due angeli reggono un tendaggio, mentre il trono è situato all’interno di una complessa struttura architettonica di stile gotico sormontata da alte cuspidi. Le finestre ai lati della scena centrale sono decorate con elementi architettonici e sulla superficie degli sguanci sono dipinte figure di Santi all’interno di edicole gotiche: nella finestra di sinistra San Giovanni Battista e Sant’Antonio Abate, nella finestra di destra Santa Marta e Santa Margherita. Lateralmente alle figure di questi santi e sante, sono ancora rappresentati a sinistra l’Arcangelo Michele e a destra i Santi Vescovi Nicola e Martino. Al di sotto di questa fascia vi sono sette figure di re e profeti dell’Antico Testamento, impostati con una chiarezza prospettica inusuale per il tempo. Di essi, che in origine erano otto, soltanto il re Davide è identificabile con sicurezza. La decorazione sulla parete meridionale del presbiterio, per la parte superiore, gli affreschi sono suddivisi in tre registri, mentre nella parte inferiore, la cui superficie è interrotta da un arcosolio e da due porte che introducono nella cappella adibita a sagrestia, è rappresentata un’unica scena. I tre registri superiori mostrano episodi della vita di Sant’Antonio Abate e le sue tentazioni; inferiormente, da destra verso sinistra, sono raffigurati una coppia inginocchiata con offerte, accanto alla quale si trova un bambino che porta un cero, e poi gruppi di pastori, anch’essi con offerte, che spingono davanti a sé capre e maiali: si tratta forse di una cerimonia in onore di Sant’Antonio. Su questa parete, il restauro ha messo in luce tracce di affreschi precedenti. Nell’arcosolio è rappresentato Cristo che si erge dal sepolcro con accanto i simboli della passione (gallo, spugna con aceto, corona di spine, chiodi, etc.), affresco di Jaquerio o della sua scuola, mentre i dipinti sulle lunette sovrastanti le due porte sono stati eseguiti nel Trecento. La datazione della decorazione del presbiterio non è certa; secondo alcuni risalirebbe agli anni posteriori al 1429, data del ritorno definitivo di Jaquerio a Torino, mentre secondo altri, e questa è l’opinione più comunemente accettata, essa sarebbe da collocare nella seconda decade del XV secolo. Un’ultima osservazione riguardo alla decorazione del presbiterio: manca qui, come nella cappella adibita a sagrestia, la rappresentazione della Crocifissione. Per giustificare questa assenza, si è ipotizzato che la Crocifissione fosse affrescata sulla parete terminale del presbiterio, demolita alla fine del secolo XV, mentre altri pensano che dovesse esistere una tavola con questo tema sull’altare della cappella, e congetturano che sulla parete distrutta fosse raffigurata una Natività, anche perché questa scena è al centro del polittico di Defendente Ferrari sull’altare maggiore.

venerdì 13 settembre 2019

A volte ritornano...


Buongiorno a tutti i lettori, il blog non è stato aggiornato per alcuni mesi per una serie di problemi che, a tutt'oggi,  sono in via di risoluzione.
Presto riprenderò a proporvi nuove mete e nuove occasioni per incontrare l'arte.
Vi aspetto e vi ringrazio per la fedeltà...

lunedì 15 ottobre 2018

venerdì 29 giugno 2018

La Forza dell'Arte


Era il 1981 quando la Carnia nella notte tra il 14 e il 15 novembre veniva spogliata di uno dei suoi monumenti più significativi. Dalla Pieve di San Pietro, posta in strategica posizione sulla vallata del Bût e onorata ancora oggi con il titolo di Cattedrale, vennero trafugate le statue del grande polittico ligneo commissionato nel 1481 a Domenico Mioni, detto Domenico da Tolmezzo. Nel 2016 questo episodio doloroso ha trovato una svolta grazie alle attività investigative del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. A seguito del sistematico controllo sul mercato dell'arte, nazionale e internazionale, sono stati individuati cinque dei Santi Apostoli che decoravano le nicchie del corpo centrale: si tratta dei Santi Andrea, Paolo e Giacomo Maggiore, che affiancavano la figura assiale di San Pietro, e dei Santi Matteo e Tommaso che alloggiavano nel registro superiore. Questo clamoroso recupero restituisce un prezioso tassello della monumentale ancona d'altare espressione della maturità artistica di Domenico da Tolmezzo e riconsegna alla collettività un bene di straordinario valore.

Visite accompagnate per gruppi e scolaresche su prenotazione a cura del Museo. Nelle domeniche tra il 2 luglio e il 10 settembre 2017, alle ore 15.30, visite guidate a cura di Promoturismo FVG (per informazioni e prenotazioni Infopoint PromoTurismoFVG Arta Terme, tel. +39 0433 929290, e-mail: info.artaterme@promoturismo.fvg.it

Salita e visita alla cupola del Santuario di Vicoforte


Vivi un’esperienza unica nel cuore dell’opera d’arte: scopri il Santuario di Vicoforte e la sua grandiosa cupola, la più grande al mondo a pianta ellittica. Lungo un percorso appositamente messo in sicurezza, potrai ammirare oltre 6.000 metri quadrati di affresco e godere di affacci mozzafiato dall’alto del cupolino, a 50 metri di altezza.

Telefono: 331/8490075 - 0171/690217 - 0174/330358 


Leonardo da Vinci. Anatomie: macchine, uomo, natura


L'esposizione è promossa dal Comune di Montepulciano e dalla Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, su progetto del Museo Galileo di Firenze, con l’organizzazione di Opera Civita.
Oltre che come artista eccezionale, Leonardo da Vinci (1453-1519) è stato a lungo celebrato come inventore di macchine e dispositivi meccanici straordinari, che sarebbero divenuti patrimonio comune della cultura tecnica solo alcuni secoli dopo la sua morte. Pur traendo ispirazione dal profondo processo di rinnovamento dei saperi tecnici che ebbe luogo in Italia a partire dalla fine del XIV secolo, Leonardo offrì in molti ambiti contributi di assoluta originalità e di straordinaria carica anticipatrice.
La mostra mette in luce proprio uno degli aspetti più innovativi dell’opera di Leonardo, per il quale macchine, corpo umano e natura sono governati dalle medesime leggi universali: idea che trova espressione in una serie di magistrali disegni che segnano la nascita della moderna illustrazione scientifica.
Dopo una sezione introduttiva, che propone una ricostruzione dello studio di Leonardo, il percorso espositivo si articola in sezioni dedicate all’anatomia delle macchine, agli studi sul corpo umano, alla geologia e all’architettura.
Il percorso si chiude con i disegni che illustrano il dispositivo ideato da Leonardo per l’allestimento teatrale dell’Orfeo del Poliziano, affiancati dal modello tridimensionale della macchina scenica.

Gubbio al tempo di Giotto


La mostra “Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d'arte nella terra di Oderisi" è allestita in tre sedi diverse, perché ci sono opere inamovibili, ma anche perché ci sono luoghi ricchi di significato e intrisi di bellezza: il Palazzo dei Consoli che sorge sopra una favolosa terrazza che lo fa somigliare a quelle città che i santi portano in cielo nei polittici degli altari; il Museo Diocesano che sorge accanto alla chiesa cattedrale e infine il Palazzo Ducale, che nacque come sede del Comune e finì per essere la residenza di Federico da Montefeltro, signore di Urbino. 

Dipinti su tavola, sculture, oreficerie e manoscritti miniati delineano, anche con nuove attribuzioni, le fisionomie di grandi artisti come Guido di Oderisi, alias Maestro delle Croci francescane, Il Maestro della Croce di Gubbio, il Maestro Espressionista di Santa Chiara ovvero Palmerino di Guido, “Guiduccio Palmerucci”, Mello da Gubbio e il Maestro di Figline.
Il padre di Oderisi, Guido di Pietro da Gubbio, viene oggi identificato in uno dei protagonisti della cosiddetta “Maniera Greca”, da Giunta Pisano a Cimabue. Palmerino fu compagno di Giotto nel 1309 ad Assisi, e con lui dipinse le pareti di due cappelle di San Francesco, per poi tornare a Gubbio e affrescare la chiesa dei frati Minori e altri edifici della città. 

La mostra è accessibile con un biglietto unico che consente di visitare le tre sezioni espositive ma anche le tre sedi museali nel loro insieme, il Palazzo dei Consoli, il Museo Diocesano e il Palazzo Ducale, creando così uno straordinario circuito cittadino che raccoglie le opere presenti nel territorio e quelle che da tempo sono disperse, ricostruendo le vicende storiche e il patrimonio artistico di Gubbio nell'età comunale.

Il Rinascimento di Gaudenzio Ferrari


“Una grande mostra diventa preziosa occasione per controllare lo stato di salute delle opere d’arte che in essa sono coinvolte”, lo ha affermato Antonella Parigi, Assessore alla Cultura e Turismo della Regione Piemonte, in occasione della conferenza stampa di presentazione della mostra piemontese “Il Rinascimento di Gaudenzio Ferrari”. 

Questa mostra  sarà offerta da tre città del Piemonte – Novara (Broletto), Vercelli (L’Arca) e Varallo Sesia (Pinacoteca) – estendendosi, al di là delle sedi espositive, in chiese ed edifici delle città e del territorio, dove sono presenti affreschi e altre opere del Maestro rinascimentale. Per la sede di Varallo è prevista la proroga fino al 16 settembre 2018. 

“Il Rinascimento di Gaudenzio Ferrari” è un progetto promosso e sostenuto dall’Assessorato alla Cultura e Turismo della Regione Piemonte, con il sostegno della Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, Fondazione Cariplo e la partnership di Intesa Sanpaolo.
L’esposizione è curata da Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa con la supervisione di Gianni Romano, a lungo Soprintendente del Piemonte, professore emerito dell’Università di Torino e massimo specialista dell’artista. L’organizzazione è affidata all’Associazione Abbonamento Musei.it insieme al Comune e Pinacoteca di Varallo e ai Comuni di Novara e Vercelli.
Se vale per ogni grande mostra, soprattutto se dedicata all’arte classica, l’affermazione dell’Assessore Parigi si conferma – dati alla mano – particolarmente puntuale per la magnifica esposizione dedicata a Gaudenzio Ferrari.

Lo conferma il lavoro compiuto dal Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale (CCR) che collabora con l’Associazione Abbonamento Musei.it per la realizzazione della grande mostra. 
Il Centro in particolare si è occupato degli aspetti legati alla conservazione e alla messa in sicurezza di alcune delle opere d’arte destinate alle sedi espositive di Novara e di Vercelli. In una fase preliminare, i restauratori hanno affiancato i funzionari delle Soprintendenze responsabili della tutela in Piemonte e Lombardia per i sopralluoghi di verifica dello stato di conservazione delle opere richieste in prestito. In molti casi, i dipinti provenienti dalle chiese del territorio hanno richiesto infatti valutazioni approfondite e attente prima di poter affrontare le delicate fasi di movimentazione e trasporto.
Ai Laboratori di restauro del Centro, articolati per settori in base ai materiali costitutivi dei manufatti e fulcro delle varie attività legate alla cura delle opere d’arte, sono stati affidati alcuni dipinti che necessitavano di interventi conservativi e di manutenzione: la grande Ultima Cena su tavola di Bernardino Lanino dalla Basilica di San Nazaro Maggiore (detta in Brolo) di Milano, la Madonna del Latte di Aimo Volpi conservata nella parrocchiale di San Giacomo a Rimasco (Varallo) e una Madonna col Bambino e San Giulio proveniente dalla Basilica di San Giulio, nell’isola omonima sul lago d’Orta.
Oltre alle opere su tavola, il Laboratorio dedicato ai manufatti su carta ha potuto analizzare da vicino cinque cartoni di Gaudenzio Ferrari, parte dello straordinario corpus dell’Accademia Albertina di Torino. L’eccezionale opportunità ha permesso di studiare i delicatissimi cartoni, su cui si possono ancora intravedere tracce per la trasposizione del disegno su opere pittoriche. I cartoni sono quindi stati sottoposti a revisione conservativa, per poterne garantire l’esposizione in sicurezza.
L’itinerario attraverso i percorsi gaudenziani prosegue anche al di fuori delle sedi museali che ospitano la mostra: a Vercelli, nella chiesa di San Cristoforo, il Centro si è occupato della manutenzione straordinaria di quattro dipinti su tela con gli Evangelisti attribuiti a Gaudenzio. Nello stesso cantiere, è stato possibile effettuare una verifica approfondita dello stato di conservazione della Madonna degli Aranci, grande pala d’altare commissionata all’artista valsesiano nel 1529, eccezionalmente ispezionabile a distanza ravvicinata in occasione dell’intervento sulle tele del presbiterio.
I restauratori specializzati del settore Tele e tavole supporteranno infine l’organizzazione della mostra in tutta la fase di allestimento, con attività di assistenza, documentazione e monitoraggio conservativo. Ma, accanto al Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, vi sono altri centri specializzati impegnati a monitorare e intervenire su singole opere destinate alla terza sede dell’esposizione, quella di Varallo o per intervenire su opere non di provenienza piemontese. 
“Tra questi altri interventi, particolarmente significativo appare – afferma ancora l’Assessore Parigi – quello che Open Care Restauri, società specializzata milanese, ha compiuto, a proprie spese, su un’opera emblematica del dibattito intorno a Gaudenzio, il grande “Angelo annunciante” patrimonio della Pinacoteca di Varallo. Importante – chiarisce l’Assessore – per più ragioni: per il rilievo dell’opera anzitutto, per i problemi rappresentati dall’assommarsi di molti interventi pregressi di “restauro” ma anche per quanto attiene alle problematiche rappresentate dalla attribuzione sicura dell’opera. Dubbi che, completato il restauro ed esaminate le risultanze delle diverse analisi compiute, saranno prestissimo dipanati”.

Info orari e costo ingresso:info@gaudenzioferrari.it 



Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni



Oltre duecento oggetti – molti preziosi e rari –, fra i quali venti manoscritti, sette incunaboli e cinquecentine, diciotto documenti medievali, provenienti in gran parte dalla Genizah del Cairo (un significativo archivio dell’ebraismo medievale riscoperto nella capitale egiziana), quarantanove epigrafi di età romana e medievale e centoventuno tra anelli, sigilli, monete, lucerne, amuleti, poco noti o mai esposti prima, prestati da musei italiani e stranieri di primo piano. E un percorso espositivo coinvolgente, ricco di immagini, ricostruzioni ed esperienze offerte al visitatore.

La mostra “Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni”, che di fatto costituisce il primo segmento del percorso permanente del MEIS, comunica in modo originale l’unicità della storia dell’ebraismo italiano, descrivendo – per la prima volta con tale ampiezza – come la presenza ebraica si sia formata e sviluppata nella Penisola dall’età romana (II sec. a.e.v.) al Medioevo (X sec. d.e.v..) e come gli ebrei d’Italia abbiano costruito la propria peculiare identità, anche rispetto ad altri luoghi della diaspora. 

Attraverso cinque grandi divisioni, il percorso curato da Anna Foa, Giancarlo Lacerenza e Daniele Jalla, con l’allestimento dello studio GTRF Tortelli Frassoni Architetti Associati, individua le aree di provenienza e dispersione del popolo ebraico, ripercorre le rotte della diaspora e dell’esilio verso il Mediterraneo occidentale, dopo la distruzione del Tempio. Documenta la permanenza a Roma e nel sud Italia, parla di migrazione, schiavitù, integrazione e intolleranza religiosa, in rapporto sia al mondo pagano che a quello cristiano. Segue la fioritura dell’Alto Medioevo e poi, in un clima politico segnato dalle dominazioni longobarda, bizantina e musulmana, il precisarsi di una cultura ebraica italiana, anche a nord. Fino alle Crociate, agli eccidi, alle conversioni forzate che segnano le comunità ebraiche tedesche, mentre quelle italiane godono ancora di una notevole stabilità e relativa convivenza con l’ambiente circostante, come testimonia l’ebreo Beniamino da Tudela nel suo “Libro di viaggi”.

UN’ESTATE DA RE


Dieci appuntamenti, un inizio travolgente con la Nona di Beethoven diretta da Juraj Val?uha premiato come il migliore direttore d’orchestra dell’anno e la chiusura affidata alla star indiscussa dei palcoscenici lirici internazionali, il tenore Jonas Kaufmann, in coppia con il soprano Maria Agresta.
E’ il programma 2018 di Un’estate da Re, la grande musica alla Reggia di Caserta che alla sua terza edizione si allarga anche al Belvedere di San Leucio e si riconferma l’appuntamento da non perdere della stagione estiva per tutti gli appassionati della grande musica sinfonica, lirica e del balletto.

Interamente finanziata dalla Regione Campania la rassegna, con la direzione artistica affidata al Maestro Antonio Marzullo, è ancora una volta il terreno di collaborazione tra il Teatro di San Carlo di Napoli e il Teatro municipale “Giuseppe Verdi” di Salerno. Organizzata dalla Scabec, società campana beni culturali, “Un’estate da Re. La grande musica alla Reggia di Caserta e a San Leucio” è stata fortemente voluta dal Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca nel 2016 per creare un evento che promuovesse allo stesso tempo la Reggia e i siti Unesco dell’area e la tradizione culturale musicale che in Campania vanta eccellenze internazionali. La manifestazione è realizzata in collaborazione con il MIBACT e con il Comune di Caserta ed anche l’occasione per supportare la Reggia di Caserta nel suo riuscito percorso di rilancio realizzato dal Direttore Felicori e per ridonare al pubblico e ai visitatori il meraviglioso emiciclo dell’Aperia, nel Giardino Inglese restaurato per l’occasione. 
Novità di quest’anno è anche la scelta dei luoghi che ospiteranno i concerti: confermata l’Aperia, il teatro naturale sotto le stelle allestito nel cuore del Giardino Inglese della Reggia di Caserta in quella che un tempo fu prima una cisterna e poi area destinata alla produzione del miele, e la Cappella Palatina. Alle due sedi della Reggia quest’anno si aggiunge grazie alla collaborazione con il Comune di Caserta un altro dei siti reali patrimonio UNESCO dell’area casertana, il Belvedere di San Leucio, collegato alla Reggia e cuore dell’utopia di Re Ferdinando, oggi sede del Museo della Seta.

Tutte le informazioni saranno disponibili sul sito www.unestatedare.it.




lunedì 11 dicembre 2017

Giovanni della Robbia, la lunetta Antinori e Stefano Arienti


Dopo l’esposizione alle grandi mostre presso il Museum of Fine Arts di Boston e la National Gallery di Washington tra 2016 e 2017, approda a Firenze un capolavoro che ha lasciato l’Italia nel lontano 1898: la lunetta con la Resurrezione di Giovanni della Robbia. Verrà presentata al pubblico nella cornice del Museo Nazionale del Bargello, dove si conserva la maggiore raccolta al mondo di sculture realizzate in terracotta invetriata dai Della Robbia. Commissionata probabilmente intorno al 1520 da Niccolò di Tommaso Antinori (1454-1520), che dette inizio alla fortuna imprenditoriale di questo antichissimo casato fiorentino, la lunetta è di dimensioni monumentali (cm 174,6 x 364,5 x 33) e resta oggi uno dei più notevoli esempi della produzione di Giovanni della Robbia (Firenze 1469-1529). Figlio di Andrea e insieme a lui continuatore della bottega del nonno Luca, Giovanni si indirizzò verso una produzione contraddistinta da una maggiore esuberanza decorativa e cromatica, come appare proprio da questo straordinario esemplare, rimasto per quasi quattro secoli nella sua ubicazione originaria, la prestigiosa Villa Le Rose costruita fuori le mura di Firenze quale residenza di campagna e sede, già in antico, di produzione vinicola. La lunetta raffigura il Cristo risorto, con il committente Antinori in ginocchio alla sua destra e i soldati attorno al sepolcro, secondo l’iconografia tradizionale: il tutto su un articolato sfondo di paesaggio e all’interno di una fastosa cornice di frutti e fiori popolata da piccoli animali. 
L’opera venne acquistata nel 1898 da Aaron Augustus Healy (1850-1921), personaggio chiave della Brooklyn di fine Ottocento, importante uomo d’affari, presidente del Brooklyn Institute of Arts and Sciences per venticinque anni, ma anche esperto collezionista e generoso mecenate. Healy, che portò a New York la lunetta per donarla al Brooklyn Museum, la riaccompagna idealmente oggi a Firenze, con una spettacolare presenza ‘in effigie’: altro capolavoro concesso in prestito dallo stesso museo americano è infatti il Ritratto di Aaron Augustus Healy dipinto da John Singer.

BERNINI


Per celebrare i vent’anni dalla sua riapertura, la Galleria Borghese inaugurerà una grande mostra dedicata a Gian Lorenzo Bernini che si riallacci al discorso critico avviato con la mostra “Bernini scultore”, realizzata ormai vent’anni fa. La Villa, che contiene il nucleo più importante e spettacolare di marmi berniniani, è infatti la sede ideale per considerare l’insieme della produzione dell’artista e gli articolati problemi ad essa connessi.

Il tema conduttore della mostra è dunque la scena privilegiata della scultura alla Galleria Borghese, e il suo genio è Gian Lorenzo Bernini. 

Percorrendo l’intero arco della sua  lunghissima carriera si intende dare completezza a quel progetto del 1998 che prendeva in esame specificatamente l’attività giovanile del grande artista, con una approfondita indagine sui modi e i tempi dell’affermazione della scultura monumentale di Bernini e l’ampiezza delle sue conseguenze, anche attraverso una precisa messa a fuoco dello stretto rapporto pittura-scultura da cui, nel corso degli anni Venti del Seicento, si venne formulando il linguaggio correntemente definito Barocco.

Le singole sezioni della mostra saranno affidate a specialisti che da tempo si occupano del grande artista o di particolari aspetti della sua carriera o ancora del ruolo da lui giocato all’interno del più ampio fenomeno del Barocco (Andrea Bacchi, Maria Giulia Barberini, Anna Coliva, Anne-Lise Desmas, Luigi Ficacci, Stefano Pierguidi).

sabato 2 dicembre 2017

La croce di Bliant



Da domani anche su Kobo, ma lo trovate anche su Amazon in versione digitale e cartacea! C'è anche un po di Lomello nel romanzo...