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giovedì 17 maggio 2012

Quell'europeista di Carlomagno


Una nuova biografia di Carlomagno.
Si dirà che ce n'erano abbastanza, in tutte le lingue europee: da quelle classiche fino a quella, recente e di grande successo, di Alessandro Barbero.
Ma il grosso lavoro di Georges Minois merita comunque attenzione, per molti motivi:
1) esce a soli due anni dall'edizione originale francese, il che in Italia è quasi un record dal momento che, anche dalla "sorella latina", le traduzioni ci arrivano – quando arrivano – piuttosto stagionate;
2) fa parte di una collana prestigiosa ch'è uno dei fiori all'occhiello dell'editrice Salerno, la «Biblioteca storica» fondata da Luigi Firpo e diretta da Giuseppe Galasso;
3) reca la firma di Georges Minois, uno studioso molto attento ai temi di ampio respiro adatti a un pubblico colto ed esigente ma non rivolti ai soli specialisti;
4) e collegato al 3), non intimidisce il lettore con un imponente apparato erudito, anzi è un libro corposo sì ma agile, senza note, per quanto provvisto di una buona e aggiornata bibliografia.
Siamo dinanzi a un'opera abilmente e sapientemente strutturata.
Dopo una breve e rassicurante "Introduzione", nella quale l'autore promette – e si vedrà che mantiene – di non lasciarsi fuorviare nella sua esposizione da «interpretazioni ideologicamente orientate», nove corposi "Capitoli" (dal III all'XI) narrano in rigorosa sequenza cronologica le vicende politiche, sociali e diplomatiche di Carlo e del suo regno.
Seguono cinque "Capitoli" tematici nei quali si riprendono e si sintetizzano altrettante questioni critiche, lasciate un po' in ombra nella trattazione generale: l'eterogeneità geoetnoculturale dell'Impero e la debolezza degli scambi, il suo carattere rurale e la sua fragilità produttiva, la vita di corte e quella privata, le caratteristiche del Governo e dell'amministrazione, le istituzioni militari e culturali, le realizzazioni artistiche.
Ma quel che più caratterizza forse un profilo biografico che, data la sua natura e il suo oggetto, non può riservare grandi sorprese al lettore competente in cose medievistiche – al di là dei molti particolari relativi agli avvenimenti, che in effetti ci si aspetta di veder privilegiati in opere di questo tipo –, sono i due "Capitoli" iniziali.
Qui sta l'abilità dell'esperto autore di opere storiche di largo respiro e indirizzate a un pubblico d'una certa preparazione. Minois si guarda bene dal procurare ai suoi lettori la solita "doccia scozzese" consistente nel fiondarli fin dalle prime pagine in un passato remoto per essi largamente sconosciuto.
Anziché partire da quello che, nella soggettività di chi scrive e di chi legge, può sembrare (e non è mai) il "presente" delle cose narrate, e che in realtà è un passato magari remoto e oscuro, Minois parte con i piedi ben piazzati per terra: la terra sua e nostra, quella del presente attuale. Prima di arrivar a parlare cioè di un personaggio, un guerriero, uno statista dell'VIII-IX secolo, ripercorriamo il profilo del "nostro" Carlo: chi è, lui, per noi?
Da quando ha inizio la sua tanto forte presenza nella nostra storia, e perché? Ed è davvero presenza "storica", oppure si tratta di un "mito"?
Per rispondere è necessario partire dalla fondazione dell'Impero romano-germanico, istituzione del pieno Medioevo ma per molti motivi già preludente alla Modernità: la nostalgia dell'Impero romano, la volontà di rifondarlo e di avvertirlo come cosa ancor in qualche modo attuale, la coscienza dell'irrevocabilità di un passato ormai storicamente chiuso e la consapevolezza che quel passato è stato comunque qualcosa di talmente straordinario e fondamentale da poter venir mai del tutto considerato come concluso.
Ciò è quanto Minois ci propone nel "Capitolo I".
È già nell'anno Mille, l'anno in cui un giovane principe, Ottone III, figlio di un sassone e di una greca bizantina, s'insedia di nuovo in Roma e si proclama successore diretto degli antichi Cesari, che il mito di Carlomagno come anello che congiunge l'antica alla nuova coscienza imperiale s'impone, invadendo di nuova luce la stessa ambigua incoronazione romana di duecento anni prima. Seguono le diverse interpretazioni di quel mito: il crociato, il cavaliere, il rifondatore della cultura.
Il Barbarossa, Carlo V, Napoleone, Hitler, la nuova Europa democratica desiderosa di riconoscersi in una pur problematica unità, tutti insomma si sono misurati con Carlo e ne hanno fornito una loro interpretazione.
C'illudiamo, se pensiamo che il nostro interesse per quel vecchio sovrano franco discenda tutto e soltanto dalla sua pur eccezionale figura: esso dipende anche, e parecchio, dal suo mito e dalla capacità di rinnovarsi che esso ha dimostrato nei secoli.
Il "Capitolo II" c'introduce al passaggio dal mito alla realtà storica. Per accedere alla quale il lettore ha bisogno di quel che non sempre gli autori gli forniscono: la consapevolezza delle fonti che servono ad accedere a quei fatti che troppo spesso, nei lavori non specificamente scientifici, vengono proposti come una realtà ben solida e immodificabile mentre sono, al contrario, il frutto di una ricostruzione, molti aspetti della quale sono esegetici o addirittura ipotetici.
Molti recensori consigliano al "lettore comune" (ma ne esiste un altro?) a saltare "Capitoli" di questo genere, presentati come "ostici" e "noiosi".
Non fatelo. Rischiereste di non capire il resto.
La "Conclusione", che peraltro dà conto del sottotitolo che potrebbe sembrare retorico o esornativo, resta comunque "aperta", forse al di là delle intenzioni se non delle convinzioni dell'autore. I due poli del l'esperienza di Carlo e della tradizione che da essa è derivata, la "romanità" e la "germanicità", restano in fondo abbastanza astratti: e i riferimenti alla Merkel e a Sarkozy hanno l'aria di voler rispondere piuttosto a un'esigenza di attualizzazione della storia che per certi versi può sembrar intrinseca alla riflessione storica stessa, ma della quale in ultima analisi si può fare anche a meno.
Certo, l'Impero carolingio fu non mediterraneo come quello romano, bensì continentale; al pari di quello romano si trovò a dover risolvere il problema del rapporto tra unità istituzionale e pluralità etnoculturale; si fondò solidamente sul cristianesimo, non meno di quanto l'Impero romano d'Occidente aveva fatto nell'ultimo secolo della sua esistenza, ma al tempo stesso non poté fare i conti con la componente slava di quella che sarebbe stata l'Europa futura e non riuscì a consolidare la sua unità per troppi decenni dopo la morte del suo fondatore: al punto tale che ci si è chiesti se l'Europa moderna sia davvero "figlia" dell'Impero carolingio o non piuttosto della sua decomposizione.
Tutte queste cose, ce le avevano già ben spiegate Pirenne, Ganshof e molti altri.
Eppure Carlo resta, nell'immaginario degli europei colti, un "Padre della Patria".
Questo vorrà ben dire qualcosa: almeno al livello mitico.
D'altro canto, anche i miti stanno nella storia, ne sono parte.